Il cane non è più un lupo

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Il Cane e il Lupo quando le differenze separano due “gemelli”

A cura del Dott. SERGIO CANELLO
Fondatore e Responsabile Dipartimento Ricerca e Sviluppo SANYpet – FORZA10 Medico veterinario ed esperto internazionale in patologie di origine alimentare

Il lupo e il cane sono sicuramente parenti stretti

Ma lo sviluppo e l’influenza dell’uomo hanno modificato profondamente il modo di vivere di questi mammiferi. Scopriamo insieme come.

Differenza tra cane e lupo: “gemelli diversi”

Quante volte parlando del nostro cane ci è capitato di citare o di sentir tirare in ballo il lupo? Non rispondete. È una domanda retorica. Che il cane discenda dal lupo è risaputo, ma al giorno d’oggi accostare questi “gemelli diversi” può essere spesso superficiale e fuorviante, soprattutto se si tende a identificarli in toto.


Prima di avventurarci nel bosco a caccia di conclusioni, facciamo qualche passo indietro, parecchi a dire la verità, più o meno fino all’epoca in cui l’uomo ancora non si scattava selfie con il proprio cane in cerca di like su Facebook. La parola chiave da cui partire è “domesticazione”.

Fin dal Neolitico la domesticazione del lupo è stata effettuata per proteggere l’uomo dagli attacchi degli animali selvatici,

convertendo di fatto la specializzazione del lupo nel suo contrario. Quando gli uomini sono diventati sedentari hanno iniziato a coltivare campi non solo per sfamare, ma anche gli animali, nutrendoli con i loro scarti. Tra di essi vi erano anche i cereali che, come vedremo tra poco, saranno tra i capi d’accusa di una vera e propria rivoluzione alimentare.

La parte del genoma che produceva certi neurotrasmettitori si è dunque inevitabilmente modificata e i lupi hanno cercato di capire l’uomo, sviluppando caratteristiche diverse e un’intelligenza in funzione dell’uomo stesso: il patrimonio genetico si è quindi evoluto e tra i vari cambiamenti si è potuto osservare il passaggio da animale carnivoro (non obbligato) a onnivoro.

Alimentazione cane e lupo

C’è un nemico che trama nell’ombra ed è un soggetto che ha poco a cuore la salute dei cani. Ve ne siete accorti? Noi sì e non siamo gli unici.

Dagli anni 80 in poi le intolleranze alimentari sono cresciute esponenzialmente e un numero sempre maggiore di cani (e di gatti) soffre o ha sofferto dei più disparati problemi di salute: dalla dermatite alle otiti croniche, dalla congiuntivite ai disturbi intestinali.

C’è chi considera queste patologie una normale routine nell’arco della vita del proprio cane e chi invece, per la frequenza con la quale si verificano, si è allarmato. La lente d’ingrandimento si è posata ben presto sull’alimentazione, perché in fondo la famosa citazione “siamo quello che mangiamo” non è solo una bella frase, ma un paradigma, che non vale solo per noi, ma anche per tutti gli altri esseri viventi.

Ed ecco che allora sorgono sempre più accuse contro il pet food per la presenza nelle formule dei cereali. Se vi state chiedendo perché proprio contro i cereali, la risposta è molto semplice: il cane discende dal lupo e quest’ultimo non si nutriva certo di cereali in quanto, geneticamente parlando, l’organismo del lupo secerne poche amilasi, ovvero gli enzimi preposti alla digestione degli amidi.

Una dieta grain free riporterebbe quindi il cane allo stato originario, permettendogli di nutrirsi di ciò che egli sceglierebbe in natura.

Questa teoria però fa acqua da tutte le parti e lo fa con argomenti indiscutibili, che non fanno altro che confermare ciò che avviene nella quotidianità: i cani digeriscono perfettamente gli amidi, se sono di buona qualità e soprattutto se sono ben cotti (la prova pratica più elementare sono le feci composte e poco abbondanti). Il “cane-lupo” di cui vi parlavo in precedenza, infatti, vivendo insieme all’uomo e nutrendosi dei suoi scarti si è evoluto, “imparando” a digerire anche i cereali.

Il cane discende sicuramente dal lupo, ma al giorno d’oggi accostare questi “gemelli diversi” può essere spesso superficiale e fuorviante.

Due ricerche per fare un po’ di chiarezza

In una ricerca pubblicata nel 2013 dai genetisti dell’Università di Uppsala è stato analizzato l’intero genoma di 12 lupi e 60 cani di razze diverse, identificando 36 regioni del genoma che differenziano i primi dai secondi, uguali invece in tutte le razze canine considerate.

Proprio riguardo ai geni deputati alla produzione di amilasi, gli studiosi hanno scoperto che i cani ne possiedono da 4 a 30, mentre i lupi soltanto 2: ne risulta quindi che i primi sono 5 volte più facilitati nell’assimilazione di questo alimento rispetto ai secondi.

Un altro studio, pubblicato su “Open Science” della Royal Society di Londra e condotto da ricercatori delle Università di Rennes e di Grenoble, del CNRS di Lione, ha approfondito la precedente ricerca estraendo del DNA antico da campioni di ossa e denti dei resti di 13 lupi e cani provenienti da siti archeologici sparsi in tutta l’Eurasia e risalenti ad epoche diverse.

Il risultato delle analisi è una progressione del patrimonio genetico del lupo/cane irregolare, con campioni dotati di geni specifici molto diversi e spiegabile solo attraverso il diverso comportamento dei gruppi umani, quelli che sono rimasti cacciatori o raccoglitori e quelli che si sono dedicati all’agricoltura.

L’uomo perde il pelo ma non il vizio Cosa è cambiato da allora?

L’industrializzazione, la chimica, le fabbriche, l’automazione sono vantaggi certi in termini produttivi, ma richiedono alti compromessi in termini di benessere e di qualità dell’alimentazione. Dal desiderio inattaccabile di tornare alla natura e ad un’alimentazione il più possibile vicina a quella di un “cane selvatico”, sono nate le diete casalinghe, il grain free, l’alimentazione BARF (osso e cibo crudo) e chi più ne ha più ne metta.

Resta il fatto che gli alimenti a nostra disposizione non sono quelli che la natura ha previsto, ma quelli che l’uomo produce, indiscutibilmente lontani dagli alimenti naturali. Purtroppo, ciò coinvolge anche i metodi di produzione: l’allevamento intensivo per garantire produzioni sempre più abbondanti, non può fare a meno della chimica e della farmacologia, il cui uso sempre più massiccio non solo altera sapori, consistenza e profumi, ma provoca la permanenza di residui in tutti gli alimenti.

L’insorgenza di disturbi da reazioni avverse al cibo, in relazione alla frequente presenza di residui farmacologici nelle farine di carne di allevamento intensivo è proprio il fil rouge che lega ogni studio del Dipartimento Ricerca e Sviluppo SANYpet – FORZA10, riconoscendoli come la causa fondamentale delle decine di intolleranze alimentari che affliggono i nostri pet.

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