Socialità e doveri sociali

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Socialità e doveri sociali

Socialità e doveri sociali: andando indietro di qualche anno possiamo notare, senza troppa fatica, che la vita di cani e proprietari era decisamente più semplice rispetto ad oggi.

A cura di MICHELE CARICATO – Scrittore e addestratore – www.michelecaricato.com

Meno cani, meno contatti obbligati, meno situazioni sociali da gestire: in passato vivevamo una quotidianità più lineare, meno affollata e, per molti versi, più comprensibile anche per i nostri amici a quattrozampe.

La quotidianità di una volta…

Il numero più esiguo di cani e la condivisione limitata degli spazi facevano sì che il proprietario di un cane fosse quasi un’eccezione rispetto al “non proprietario”. Ancora più raro era il soggetto che si faceva accompagnare ovunque dal proprio beniamino o che condivideva momenti di relax, come bere un cappuccino seduto al tavolino di un bar.

Il cane era presente, sì, ma non costantemente immerso in una società umana che pretendeva partecipazione continua. Incrociare un altro cane era un evento piacevolmente raro. Le aree cani praticamente non esistevano, o erano talmente poco frequentate, da risultare innocue.

Gli incontri avvenivano in modo spontaneo, spesso brevi, e non caricati di aspettative o giudizi.

… e la quotidianità di oggi!

Oggi lo scenario è cambiato radicalmente. In alcune città ci sono più aree cani che parchi giochi per bambini e, nonostante questo, per entrarci dobbiamo fare la fila, superare una sorta di selezione all’ingresso o, più spesso, analizzare la compatibilità tra amici e nemici per capire se la permanenza sarà divertente o imbarazzante. Un vero e proprio “casting sociale”, dove il cane viene valutato come se dovesse sostenere un colloquio di lavoro.
In spiaggia senza cane non si va. In montagna, neanche a pensarci.
Ristoranti, alberghi, supermercati, negozi di alta e bassa moda, centri commerciali: sono diventati i luoghi canonici in cui quattro e due zampe cercano di ritagliarsi uno spazio vivibile e di condividerlo con chi il cane non ce l’ha, oppure, lo ha lasciato a casa.

Come vive questa realtà il cane

La presenza di un cane è diventata normale, quasi scontata. La sua reale capacità di reggere tutto questo, molto meno.
Tutto ciò rende la gestione dell’animale e la sua vita sociale decisamente più complessa. La prossimità continua con conspecifici estranei e sconosciuti può mettere in seria difficoltà anche il soggetto più equilibrato. In fondo, non è esattamente ciò per cui il cane è nato. La tolleranza non va confusa con il benessere, e il fatto che un cane non dia segnali espliciti non significa che stia bene.

Cagnolino con la sua proprietaria

I loro antenati

Se pensiamo al branco del lupo, parliamo di una cerchia ristretta di individui che si conoscono da anni e sanno perfettamente come interagire. Per un lupo, nonostante venga definito animale sociale, l’estraneo rappresenta una minaccia o, nel migliore dei casi, un fastidio. La socialità non è indiscriminata: è selettiva.
Il cane, certo, non è più un lupo ma deriva da lui e ne conserva alcune basi anche se la selezione operata dall’uomo ha smussato molti angoli, quasi sempre in favore di socialità, giocosità e convivenza pacifica.

Detto questo, neanche il più visionario degli allevatori avrebbe potuto immaginare una convivenza così intensa, continua e forzata come quella che chiediamo oggi ai nostri cani, spesso senza concedere loro la possibilità di scegliere.

Cosa cambia, quindi?

Cambia che ciò che prima era un’opzione oggi è diventato un dovere. E soprattutto cambia il livello di responsabilità richiesto ai proprietari, che non possono più limitarsi a “sperare che vada tutto bene”.
La frase: “Tanto il mio è buono!, non è più sufficiente per giustificare un cane lasciato libero di invadere spazi, persone e altri cani. Così come non è più difendibile la nostra ostinazione nel volerlo far interagire quando è evidente che non ne ha alcuna voglia. Non tutti i cani devono piacersi, e non tutti gli incontri sono necessari.
La socialità non è un obbligo morale: è una competenza. Come tutte le competenze va costruita, gestita e, quando serve, rispettata anche nei suoi limiti. Un cane educato non è quello che saluta tutti, ma quello che sa ignorare quando serve.

Doveri sociali

Quelli che una volta erano scelte personali oggi sono veri e propri doveri sociali, da affrontare per tempo:

  1. Socializzazione precoce, mirata e studiata
    L’incontro casuale al parchetto spesso non basta. In molti casi è necessario un percorso guidato, dove il cucciolo impari le basi dell’interazione corretta, la gestione delle proprie reazioni e un minimo di educazione che lo renda gestibile in contesti pubblici complessi.
  2. Consapevolezza e rispetto delle regole
    Guinzaglio, museruola, distanze di sicurezza: non sono punizioni, ma strumenti di civiltà. Senza regole, con tanti cani e poco buon senso, l’anarchia è garantita.
  3. Tempo di qualità nella relazione
    Un cane che ha un rapporto solido con il proprio umano è un cane che, in giro, ha meno bisogno di buttarsi in interazioni improbabili pur di riempire il vuoto.
  4. Regole chiare in pubblico
    A casa possiamo anche permetterci l’anarchia totale (se fa pipì sul divano, affari nostri). Fuori no. Poche regole, ma non negoziabili!
  5. Attività davvero a misura di cane
    Il centro commerciale è comodo, climatizzato e socialmente accettato, ma non è esattamente il paradiso canino. Ogni tanto, un bosco, la campagna o la montagna ricordano al cane che non è nato per le piastrelle lucide.

Abbiamo chiesto ai cani di adattarsi a una vita che non è stata pensata per loro. Lo hanno fatto, spesso con una pazienza disarmante. Il minimo che possiamo fare è smettere di pretendere che siano sempre socievoli, sempre disponibili, sempre “bravi”. La vera civiltà cinofila non è avere cani ovunque. È avere cani a proprio agio, e proprietari abbastanza maturi da capire quando è il momento di farli interagire e quando invece è il caso di lasciarli in pace.

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