I cani e i gatti nell’immaginario dell’uomo


Cani e gatti accompagnano l’uomo dalla notte dei tempi. Ma quando si parla di accompagnare si fa riferimento a un verbo più complesso e denso del semplice “stare accanto”. Questi animali, secondo molti etologi ed esperti, sono gli unici pet che possano abitare le nostre case senza che debbano modificare o rinunciare a qualcuno dei loro bisogni etologici. A vederli così, completamente a loro agio in un salotto o accoccolati su un tappeto, sembra che siano animali di un’altra pasta rispetto a quelli che popolano i boschi o le giungle: sembra che, con loro, esista la possibilità di parlare un linguaggio fatto di parole, cenni appena percettibili e movimenti del corpo capaci di scatenare reazioni segrete.

 

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; ritira le unghie nelle zampe, lasciami sprofondare nei tuoi occhi in cui l’agata si mescola al metallo.
(C. Baudelaire)



In principio

Tutto questo succede perché la storia del gatto, quella del cane e quella dell’uomo si sono intrecciate tra di loro in tempi così remoti che è quasi impossibile tenerne traccia. Gli studiosi fanno delle stime, e credono che la domesticazione del gatto sia iniziata in Egitto nel 2000 a.C. mentre per il cane si pensa che un primo legame, per lo meno affettivo, con la nostra specie debba essere nato 12000 anni fa, in Israele, dove è stata rinvenuta una tomba in cui un uomo è stato seppellito insieme a un cucciolo di cane.

Un dialogo lungo un’eternità

Certo, non si può tracciare un inizio sicuro per questa storia così profonda, però possiamo dire che da un passato lontanissimo cani, gatti e uomini “si parlano”. I primi due hanno imparato a conoscere questo animale così diverso dagli altri, sono stati audaci e pronti a comprenderne i segnali, si sono prodigati con un’abilità che non ha avuto nessun’altra creatura per creare un ponte fra due specie diverse.

Per contro, proprio l’uomo ha avuto così tanto dai suoi compagni di strada che non si è accontentato di volerli nelle proprie grotte, nei villaggi e poi nelle città.

L’uomo ha fatto di più: ha cominciato a sognare i propri compagni, e sognandoli li ha trasformati in letteratura, in musica, in pittura, in fotografia e in cinema.

In definitiva, li ha fatti diventare parte della propria cultura.


Miracolosi

Agli albori della civiltà gli animali sono stati sacri e per molto tempo si è creduto che la loro immagine conservasse un qualcosa di miracoloso.

Cerbero è un cane a tre teste di aspetto mostruoso posto a guardia degli Inferi. Nell’Egitto antico una divinità di nome Bastet rappresenta la grazia e la fecondità ed è adorata in forma di gatto. Nella sua forma terrena il cane-modello è immortalato nella figura di Argo, che orna il personaggio di Ulisse e a suo modo incarna già il cane-personaggio così come noi lo conosciamo nelle versioni più moderne, virtuose e tuttofare.

 

 

Vedo in ispirito la mia donna. Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia, taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla testa. (C. Baudelaire)


Fino alla fine

Il cane riceve il tributo dell’arte antica: viene dipinto, raffigurato nei mosaici e ritratto negli arazzi.

Il suo attributo principale è la prontezza con la quale coglie le stranezze e gli umori del proprio compagno umano, e la sua sensibilità ai limiti della preveggenza.

C’è un passo nel “Maestro e Margherita” di Bulgakov in cui il procuratore chiama a sé il cane Banga ed egli accorre “con la lingua penzoloni e il respiro frequente” e si corica ai piedi del padrone. In quel suo coricarsi “pur senza guardarlo” e pur essendo quasi sopraffatto per la gioia del temporale che è appena finito, esso comprende che al padrone è capitata una disgrazia.

Allora Banga, in un gesto di infinita comprensione, si avvicina all’uomo prostrato.

Come Argo è pronto ad accompagnare il suo signore, la persona per lui più potente di tutte, fino alla fine.

 

Stavo così seduta, quando vidi comparire sulla piazza un cane: aveva l’aria sperduta, ma appena mi vide corse verso il camion. Allora, pensando di far bene, lo chiamai,
, sperando di far credere che avevo riconosciuto un cane a me familiare, quasi avessi ritrovato qualcosa che apparteneva ai miei nonni. L’animale ora saltellava felice sotto il camion e io cercavo di carezzarlo protendendo le braccia.
(C. Capponi, “Con cuore di donna”)


Un compagno inquietante

Il gatto a suo modo, invece, resta affascinante e inconoscibile.

La piccola Alice, la protagonista del romanzo di Carroll “Alice nel Paese delle Meraviglie”, colloquia con un gatto del Cheshire.

E se lei è una bambina saggia e assennata, altrettanto non si può dire per il suo strano compagno di viaggio, che dall’inizio alla fine guarda la propria eroina (e tutti i lettori) con un sorriso sghembo che ha qualcosa di lunare e di inquietante.


 

Quando le mie dita carezzano a piacere la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano s’inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato. (C. Baudelaire)

 

 

Occhi di gatto

No, i gatti non sono buoni e nemmeno meschini. Perfino nella loro versione disegnata conservano un non so che di indipendente e pericoloso.

Nelle sue prime prove degli anni Quaranta, Tom (che all’epoca si chiamava Jasper) è del tutto privo di quella morbidezza di tratto che caratterizzerà in seguito i cartoon di Hanna e Barbera.

Sebbene il suo destino sia quello di restare gabbato da furbo topo Jerry, esso conserva qualcosa che incute rispetto: forse sono gli occhi gialli, i lunghi denti acuminati o le vibrisse così simili a quelle dei predatori in carne e ossa.

 

Un’aria sottile, un temibile profumo ondeggiano intorno al suo corpo bruno.
(C. Baudelaire)

 

 

Sognanti

In musica i gatti sono naif e sognanti: popolano le soffitte o si aggirano con grazia nei giardini di fanciulle innamorate.

Nel 1990 Montserrat Caballé e Concha Velasco, due famose cantanti, incisero un duetto buffo di Rossini in cui miagolano come gatte inquiete sotto la luna.

Questo per dire che l’arte rappresenta da sempre ciò che l’uomo vive e sente e in certi casi riesce perfino a ridisegnare con talento e dedizione ciò che l’uomo ama quasi quanto se stesso.

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