Il “mito della dominanza” è forse l’idea più persistente e fraintesa nel rapporto tra uomo e cane.
Per decenni, proprietari, addestratori e persino alcuni Veterinari hanno etichettato comportamenti problematici (dal tirare al guinzaglio al ringhiare per la ciotola) come manifestazioni di un cane che “cerca di prendere il sopravvento”.
A cura di CAMILLA DAL PONTE – www.benesserecinofiliacorsi.it
Questo approccio non solo è scientificamente superato, ma ha causato l’applicazione di metodi di addestramento basati sulla sottomissione e sulla coercizione, dannosi per il benessere e il legame tra cane e umano.
Le radici del fraintendimento: dai lupi in cattività alla revisione
L’intero concetto di dominanza, applicato al cane domestico, affonda le radici negli studi condotti sui lupi in cattività.
Gli etologi osservarono lupi non imparentati, costretti a vivere insieme in spazi ristretti, lottare costantemente per le risorse e stabilire gerarchie rigide e violente. Questa dinamica fu interpretata come la “normalità” del branco e la lotta per lo status di “alfa”.
Ricerche successive sui lupi selvatici hanno smentito questa visione. In natura, i branchi sono essenzialmente gruppi familiari, composti da una coppia riproduttiva (genitori) e i loro cuccioli (figli).
La gerarchia è basata sui ruoli parentali e sull’età, non su violente lotte di potere. Il termine “lupo alfa” è stato rivisto dallo stesso studioso Mech, in quanto fuorviante. Nonostante queste correzioni scientifiche, il modello errato è stato applicato ai cani, portando alla convinzione che l’umano debba imporsi, con la forza, per evitare di essere “dominato”.

Il comportamento: sintomo, non dominanza
I comportamenti che comunemente vengono etichettati come “dominanti” sono, in realtà, sintomi di altro. Il tirare al guinzaglio può avere diverse motivazioni che nulla hanno a che vedere con il tentativo del cane di dominare su di noi. Può essere motivato da una grandissima eccitazione, da una mancata abituazione al guinzaglio, dalla paura dell’ambiente circostante, e molto altro.
Allo stesso modo, cani che non vanno d’accordo con altri cani non sono “dominanti”, ma ad esempio potrebbero esserci mancate competenze sociali, paura o insicurezza, esperienze traumatiche passate o, ancora più probabilmente, situazioni di incontro con altri cani non adatte.
Etichettare un cane aggressivo come “dominante” ha un effetto controproducente, perché suggerisce che l’unica soluzione sia punirlo o sottometterlo. Questo non fa che aumentare l’insicurezza e la paura del cane, peggiorando così il problema.
L’intero concetto di dominanza, inteso come costante spinta del cane a prevaricare sull’umano, è una semplificazione dannosa che nega la sua capacità di provare eccitazione, paura, dolore, frustrazione, ansia e l’immenso desiderio di cooperare e connettersi. Affermare che “il cane fa ogni cosa per dominare” ignora la complessità emotiva canina.
Analisi comportamentale e intervento etico
Per questo motivo, i professionisti cinofili devono lavorare per capire le motivazioni per le quali il cane mette in atto un determinato comportamento, non limitarsi al sintomo (come tirare il guinzaglio). Potrebbe essere necessario anche dover accertare che non ci siano patologie fisiche collegate.
Esempio: se un cane ringhia quando cerchiamo di accarezzarlo, tra le varie motivazioni ci potrebbe essere un’otite fortissima che gli provoca grande dolore al tocco. Quel ringhio non è un segno di prevaricazione, ma una richiesta di allontanamento dettata dal dolore. Leggere quel segnale come “dominanza” porterebbe a un recupero comportamentale errato, che nulla ha a che vedere con il problema effettivo.
Oggi, la moderna etologia ci offre una lente sofisticata per analizzare il comportamento come un mosaico di predisposizione genetica, esperienze passate, apprendimento, ambiente in cui il cane vive e il suo stato emozionale.
L’umano come guida positiva
Il superamento del concetto di “dominanza” non significa che l’umano non debba avere un ruolo autorevole. Anzi, la necessità di una guida è fondamentale sotto moltissimi aspetti.
Il cane cerca un punto di riferimento stabile, posizione che non si conquista con la coercizione, ma con la fiducia. Essere una guida e un leader positivo significa garantire sicurezza e tutela, quindi saper prendere decisioni che evitino al cane stress eccessivo. Ad esempio cambiare marciapiede per evitare un incontro difficile con un altro cane può dimostrargli che può fidarsi della nostra capacità di tutelarlo.

Un altro punto fondamentale è essere coerenti: la coerenza crea un ambiente prevedibile e riduce l’ansia.
Regole e limiti impartiti con calma e costanza sono rassicuranti. Ma bisogna anche saper gestire le risorse e le richieste correttamente, saper proporre attività stimolanti e molto altro.
Oggi, la conoscenza approfondita dell’etologia e delle sfumature emotive del cane ci permette di superare la semplicistica e violenta logica “alfa vs sottomesso”. Il nostro rapporto con il cane è una partnership, un legame basato sulla fiducia reciproca, dove l’umano deve essere in grado di diventare un leader emotivamente intelligente che prende le giuste decisioni.
È necessario cancellare il vecchio concetto di dominanza soprattutto per quanto è stata mal interpretata finora e, quindi, utilizzata scorrettamente nell’educazione del cane.
La vera leadership si fonda sulla conoscenza del linguaggio canino, sulla coerenza, sul saper dare autorevolmente le giuste indicazioni e sulla capacità di tutelare il nostro amato compagno a quattro zampe.















