Gli animali hanno un’anima?

Quando guardiamo i nostri amici negli occhi, cani o gatti che siano, non possiamo fare a meno di considerarli delle persone vere e proprie.

Dott.ssa SILVIA DIODATI Medico Veterinario

Espressioni dei nostri amici pet che valgono più che delle parole

Possiamo comprendere i loro sentimenti, le loro aspirazioni, i loro pensieri. Sappiamo cosa li rende felici e cosa li fa intristire, ciò che li rende nervosi, allegri o malinconici. Chi vive con loro e li ama, insomma, non può non credere che essi abbiano un’anima, uno spirito.

Che differenza c’è, viene da pensare, fra un cane e un uomo se non per quel che riguarda l’uso della parola? Certo, noi umani siamo più intelligenti degli altri animali. Ma proprio per questo la differenza tra noi e loro sembra limitarsi a un discorso di quantità più che di qualità. Interrogativi come questo possono condurre molto lontano, addirittura fino alle più sottili disquisizioni filosofiche o religiose.


Infatti, non tutte le grandi tradizioni di fede pongono l’uomo così al di sopra del resto del creato come siamo abituati a pensare. E persino le religioni a noi più familiari, come il cristianesimo o l’ebraismo, sembra che un tempo riservassero un posto più alto alle forme di vita animale.

La disputa sul fatto che gli animali possiedano o meno un’anima è antica quasi quanto l’uomo.

Si può dire che insorga nel momento in cui nascono le prime forme di religione evolute. Il problema, d’altra parte, non è di poco conto: attribuire un’anima al cavallo come al rospo, al cane come alla civetta vuol dire di fatto garantire loro un posto in un regno ultraterreno e quindi giudicarli immortali, proprio come l’uomo. Se tuttavia osserviamo la storia del pensiero umano, possiamo grossomodo individuare due periodi divisi in modo netto.

Il primo, che va dalla cultura egizia fino a una prima parte del Cristianesimo, asserisce l’esistenza di un’anima per gli animali di ogni tipo e specie; il secondo, dal Medioevo in poi, non solo la nega, ma vede le bestie
come semplice patrimonio, sul quale l’uomo può porre mano per qualsiasi sua esigenza o capriccio. La cultura egizia prevede l’esistenza dell’anima negli animali, ed è per questo motivo che venivano mummificati buoi, gatti, falchi ecc. L’uomo aveva di conseguenza il precetto di non fare loro del male; in caso contrario, al momento della morte, avrebbe dovuto confessare le colpe commesse in vita.

Arriviamo così al Cristianesimo

Già nella Genesi ebraica si legge spesso l’espressione “ne ammira la bontà” attribuita a Dio e usata solo quando si parla della creazione della luce, degli astri, degli essere vegetali e di quelli animali; mai per parlare dell’uomo. E’ chiaro poi il riferimento (Genesi IX,5) all’esistenza di un’anima individuale, cosciente e libera anche negli animali. Liammirazione del mondo animale dura però solo fino all’avvento di Nemrod, signore di Babilonia, e quindi fino a che gli uomini non osano sfidare la potenza di Dio: da questo
momento in poi la considerazione degli animali cade precipitosamente.

E dire che sia i Vangeli apocrifi che i primi padri della Chiesa avevano avuto parole più che positive per il regno animale. San Giustino (II sec d.C.)dichiara che l’anima animale è di essenza spirituale ed è pertanto immortale. Sant’Agostino (IV-V sec d.C.) scrive che “anche negli animali il corpo è quanto vi sia di più vile e basso, poiché gli animali hanno un’anima, benché essi non posseggano la ragione, che è propria dello spirito”.

Dal Medioevo in poi il concetto di anima decade, forse per il ricordo delle
idolatrie pagane, in cui spesso le bestie giocavano un ruolo di primo piano. Nelle bestie si vede l’incarnazione del male e la situazione di certo non migliora con il Rinascimento, epoca che pone l’uomo al centro del mondo. Solo nel XIX secolo si ha una lieve inversione di tendenza, grazie a scrittori come Hugo e Flaubert, che prendono le difese degli animali. E siamo così ai giorni nostri, in cui forse si ritornerà a credere che anche gli animali hanno unìanima.

Religione & Animali

Una considerazione ancora maggiore la ritroviamo nella cultura indiana, nella quale la cura delle specie animali è affidata alla casta dei vaisiyas, coloro che si occupano del commercio. La legge non scritta del karma, dogma centrale del pensiero e della religione induista, prevede che ogni azione cosciente, buona o cattiva che sai, compiuta da animali, uomini spiriti e persino dalla divinità ricada su colui che l’abbia commessa, in forma di ricompensa o punizione.

Sempre in India, sotto l’imperatore Ashoka che regnò dal 274 al 232 a.C., furono costruiti i primi ospedali per animali ammalati o feriti e vennero proibiti i sacrifici animali e la caccia: quest’ultima fu sostituita da gite in cui insegnare la legge agli abitanti delle province, aiutare le persone anziane e pregare.

Nel Gatha di Zarathustra, una raccolta di preghiere rivolte alla divinità comprese nell’Avesta (il testo fondamentale), oltre a una generica difesa degli animali troviamo una disposizione interessante, secondo la quale colui che uccide un cane uccide la propria anima per nove generazioni. Non solo: ogni essere umano che abbia fatto sofffrire un animale passerà nell’altro mondo emettendo gemiti di dolore.

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