Animali albini in natura

In natura esistono animali albini come tigri bianche, coccodrilli color della neve dai grandi occhi blu, una giraffa che si aggira nella foresta candida come un fantasma e un pitone color latte, tartarughe, gorilla… e l’elenco certamente non finisce qui. 

A cura della Dott.ssa SILVIA DIODATI – Medico Veterinario

Ma come è possibile che in natura esistano questi animali  albini?

Che cos’è?
L’albinismo in natura è definito come carenza o parziale assenza di produzione da parte di un organismo vivente del pigmento melanina. L’errore più frequente è infatti quello di considerare albini animali o persone che in natura non abbiano alcuna colorazione.

Niente di più sbagliato. Esistono infatti vari tipi di albinismo: nell’uomo a quello classico si affianca quello oculare (solo gli occhi appaiono colpiti da questa mutazione), tuttavia è riconosciuto che con il passare degli anni una certa quantità di pigmento si viene a depositare, probabilmente introdotta con l’alimentazione oppure prodotta dallo stesso organismo ma in quantità eccezionalmente basse, tali da richiedere lunghi periodi di tempo perché diventi evidente.


L’albinismo è una mutazione recessiva: perché si manifesti è necessario che entrambe le copie del gene che produce melanina ne siano colpite. Questa, come altre mutazioni recessive, si trasmette tramite esemplari portatori nei quali è presente, anche in una sola copia dominata da un’altra normale e perfettamente funzionante, tale da indurre una colorazione normale.

Questi animali portatori vengono definiti eterozigoti, mentre un albino è definito come omozigote recessivo e entrambe le copie del gene sono mutate.

I pigmenti sono sostanze chimiche in grado di fun-zionare da creme protettive naturali e servono ad as-sorbire la luce.

E’ evidente che gli animali privi di questi pigmenti so-no condannati a
una vita crepuscolare, al riparo dai raggi solari in quanto la loro
pelle non riesce a pro-teggerli dall’aggressione solare. Il colore negli
ani-mali oltre a questo tipo di protezione, ha lo stesso sco-po di una
tuta mimetica e serve all’animale per inte-grarsi nell’ambiente
ester-no, sia che esso sia preda o predatore. Ecco per-ché gli animali
bian-chi, se non sono “protetti” dai recinti di uno zoo, sono spes-so
destinati a una bre-ve vita. L’assenza di colore rende imme-diatamente
visibile l’animale che fa parte di un gruppo e quindi rischia di mettere
a repenta-glio la vita di tutti i suoi si-mili: ragion per cui sono
ge-neralmente banditi dal branco.

L’albinismo si ritrova in tutto il regno animale e ve-getale con frequenze di incidenza spesso molto basse in quanto in natura esso è selezionato in modo negativo.

Solitamente tale mutazione è associata, infatti, ad altri deficit che
pregiudicano la normale sopravvivenza, quindi gli esemplari colpiti
hanno poche possibilità di soprav-vivere in natura. Il motivo
principale, come già accen-nato, è tuttavia la minore ca-pacità di
mimetizzazione e la sensibilità alla luce del sole.

Tuttavia in alcuni animali esso appare con una frequenza eccezionalmente alta come gli Axolot che vivono nelle grotte sotter-ranee dove il discorso mimetico ha importanza rela-tiva a causa della mancanza di luce.

Nel caso delle tartarughe, la frequenza è molto bassa e solitamente svantaggiosa in
termini di mimetizzazione. Il caso di Testudo marginata albina è una
eccezione che confer-ma la regola, pertanto anco-ra più straordinaria.

Nella stagione degli amori i maschi di molte specie usano le loro  tinte vivaci per attirare e sedurre le future compagne. Il rischio degli albini di rimanere senza partner. E’ necessario però specificare che questo pericolo è però ridotto dal fatto che gli animali non hanno una visione come la nostra.

Certi animali nascono bianchi ma non sono quello che noi comunemente intendiamo per albini.

L’albinismo vero e proprio è dovuto a un’assenza asso-luta di melanina a livello della pelle. Chi ha que-st’anomalia non solo è bianco, ma ha occhi rossi o di un azzurro pallido (quin-di la melanina è assente sia a livello della pelle ma anche a livello dell’iride).

A differenza del genere umano che di solito è col-pito da un “albinismo com-pleto”, gli animali possono essere anche albini parziali: fra gli esempi possiamo citare il leone maschio del Sudafrica, della tigre dello stato di Rewa o del pitone del Cylon ora ospite nello zoo di Sacramento.

Casi di albinismo puro si ritrovano nel gorilla sco-perto nella Guinea
Equatoriale e oggi orgoglio dello zoo di Barcellona. Sono stati trovati da alcuni cac-ciatori e ora sono superpro-tetti anche dei coccodrilli bianchi che sono molto piccoli e hanno l’ incredi-bile caratteristica di “arrossire” in situazioni difficili.

…NEI RETTILI

Nei rettili gli esemplari che mancano in tutto e per tutto di colorazione sono definiti leucistici (hanno però gli occhi non rossi), gli albini veri, che mancano in tutto o in parte di melanina (il solo pigmento nero) conservano il disegno tipico della specie di appartenenza, e se hanno colorazioni che traggono origine da processi metabolici differenti da quelli del pigmento melanina, le mantengono.

Gli albini si dividono in due gruppi: tirosinasi-negativi (occhi rossi e colorazione assente o quasi) e tirosinasi-positivi (occhi che alla nascita sono rossi ma che ben presto diventano nocciola ed un pattern di colorazione tipicamente color avorio o caramello). 

Questo a seconda del processo metabolico implicato nel deficit di produzione di melanina. Esempi classici sono quei serpenti che possiedono livree nere e rosse ai quali sparisce solamente la prima. Chi ha osservato un pitone albino avrà certamente notato che in luogo del disegno tipico della specie esso è presente con una tonalità gialla comunque molto evidente.

Così si osserva in Testudo marginata albina. Questa selezione ha la peculiarità di essere tirosinasi-positiva: ciò determina il grande vantaggio che gli occhi, rossi alla nascita, divengono ben presto color nocciola, così da rendere queste tartarughe resistenti come gli esemplari normali alla luce del sole.

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