Autismo nei cani

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Autismo nei cani

Autismo nei cani: esiste davvero?

A cura di ARIANNA MOSSALI

Negli ultimi anni, si sente parlare sempre più spesso di disturbi legati allo spettro autistico. Questo specialmente in età infantile e adolescenziale, ma non sono rare neppure le diagnosi in età adulta.
Lo spettro autistico è un terreno molto complicato anche per le neuroscienze umane. Al momento non vi è una causa certa identificata. Si ritiene che il tratto che accomuna le varie forme, con sintomatologie più o meno evidenti e invalidanti, sia un funzionamento cerebrale non neurotipico, ovvero le informazioni in un cervello “autistico” vengono elaborate in maniera diversa da quella che definiremmo “normale”, o neurotipica, seguendo traiettorie e logiche non immediate.

L’autismo canino

Se l’autismo umano è tuttora un campo misterioso e parzialmente inesplorato, altrettanto si può dire dell’autismo canino. Innanzitutto la diagnosi nei cani è problematica e assolutamente non univoca. Tuttavia alcuni comportamenti in animali oggetto di studio sembrano ricollegarsi a difficoltà del tutto simili a quelli che sperimenta la persona nello spettro autistico. Nello specifico: difficoltà di comunicazione, ritualità ossessiva, reazioni sproporzionate a stimoli uditivi e visivi, interazione sociale compromessa.

Ma, mentre nell’umano l’autismo è una condizione presente già alla nascita, nei cani tali comportamenti possono essere ricondotti anche a deficit educativi ed ambientali.

Chiunque abbia nozioni di educazione cinofila ed etologia animale sa quanto, nei cani, deficit esperienziali, affettivi e di socializzazione possano condurre ai problemi che spesso riscontriamo nei nostri compagni domestici. Queste possono essere: reazioni sproporzionate e aggressive, focalizzazioni esagerate sul cibo o su oggetti particolari, comportamenti stereotipati.
Nella maggior parte dei casi, con l’aiuto dell’educatore cinofilo, si possono ricondurre queste problematiche a un’educazione errata o a messaggi confusi da parte dei proprietari. Un esempio classico è quello dei cani che reagiscono male alla presenza dei propri cospecifici. Spesso si scopre che il proprietario non permette loro di interagire con i loro simili per paura di aggressioni, o anche per mancanza di tempo da dedicare a questa attività.

Ma se invece, come accade per l’autismo umano, queste reazioni fossero dovute a un corto circuito neurologico che impedisce loro di elaborare correttamente le informazioni?

Comportamento cane  con funzionamento cerebrale non neurotipico

Agire sull’ambiente complessivo

In entrambi i casi, la strada da privilegiare sarebbe quella non di cercare una cura farmacologica che agisca solo a livello dei sintomi, ma una consapevolezza globale, che vada ad agire sull’ambiente complessivo in cui vive il cane (umani e altri animali compresi), cercando di limitare le reazioni emotive a cui l’animale va incontro e, nel caso siano inevitabili, aiutandolo a trovare strumenti per affrontarli, esattamente come devono fare le famiglie con un membro nello spettro autistico.
Infatti, l’autismo, anche negli umani, non è una patologia che guarisce con i farmaci. Si tratta di una condizione complessa e permanente con cui convivere, attraverso strategie adattive che coinvolgono sia la persona direttamente interessata, sia l’intero nucleo familiare e gli ambienti di riferimento.

Sintomi di autismo nei cani

Quello che finora abbiamo definito come autismo canino viene descritto come “Sindrome Disfunzionale Comportamentale” o “Sindrome da Disfunzione Cognitiva” (CDS).
Ecco di seguito una gamma di sintomatologie tipiche dell’autismo umano che si riscontrano anche nella Sindrome Disfunzionale Comportamentale Canina:

  • La prima manifestazione evidente dell’autismo umano e canino è la difficoltà nell’identificare e manifestare le emozioni. La confusione nel dare un nome alle proprie sensazioni si traduce in isolamento, chiusura e in alcuni casi anche aggressività. Così come la persona autistica fatica ad esprimersi verbalmente, specialmente per quanto concerne il descrivere le proprie sensazioni, il cane appare incapace di segnalare il suo stato d’animo attraverso segnali calmanti, posture e tutti gli atteggiamenti che si utilizzano in etologia e educazione cinofila per leggere il comportamento dei quattro zampe. Questo compromette sia la corretta interpretazione da parte del proprietario dello stato d’animo del cane, sia la comunicazione con i suoi simili, che non sanno come interpretare i suoi messaggi. Ad esempio, i cani con disfunzioni comportamentali evitano il contatto visivo e adottano posture rigide e innaturali, segno comune anche nelle persone affette da autismo.
  • Un altro segnale comune è l’adozione di comportamenti ripetitivi o stereotipie. Queste a volte sfociano nell’ossessione e che servono al cane per sfogare la frustrazione, e alla persona per ricercare un ordine nel proprio mondo che sentono di non riuscire a aggiungere altrimenti.
  • Tutto questo può sfociare in comportamenti aggressivi, che possono essere innescati anche da stimoli visivi e uditivi ai quali si rileva un’alterata sensibilità, per eccesso o per difetto.

Fattori predisponenti

Tali comportamenti problematici nei cani con sindromi riconducibili all’autismo possono essere esacerbati da fattori genetici, neurologici e ambientali.

È noto, infatti, come in alcune razze vi sia una propensione più forte alle stereotipie comportamentali, ossia ai comportamenti ossessivi, per cause ancora per la maggior parte sconosciute.
Tra queste razze figurano ad esempio i Pinscher e i Bull terrier, che mostrano particolare frustrazione quando i loro comportamenti ritualistici di sfogo vengono interrotti.
Un altro fattore che potrebbe influenzare la risposta emotiva e comportamentale del cane dipende dalla sua neurobiologia e da eventuali alterazioni nella regolazione degli ormoni preposti al controllo dell’umore, come la serotonina.

Infine, non dobbiamo dimenticare che nel cane esistono dei periodi finestra, specialmente nella prima infanzia e nella giovane età, che sono cruciali nell’apprendimento delle competenze di base. Non si tratta solo di educazione corretta ricevuta dal proprietario, ma di veri e propri tempi formativi determinati dalla natura. Per fare un esempio, è sconsigliato adottare cuccioli di età inferiore a 60 o anche a 90 giorni. Questo, non solo per una questione di svezzamento, ma perché è proprio in questo periodo della loro vita che apprendono dalla madre e dall’interazione coi fratelli nozioni fondamentali (come l’inibizione al morso), gettando le basi per una corretta regolazione sociale. Lavorando in interventi di educazione cinofila, molto spesso si scopre che cani con problemi di mordacità sono stati sottratti precocemente alla madre. In molti modi simili, un ambiente di crescita privo di socializzazione, stimoli, sicurezza può influire significativamente sullo sviluppo neuropsicologico del cane.

L’intervento di un educatore/riabilitatore esperto è fondamentale qualora il nostro cane manifesti questo tipo di problematiche. Un professionista sarà in grado di lavorare con i metodi corretti di addestramento e desensibilizzazione per evitare al cane stimoli troppo violenti.
Può fornirci consigli per adattare il nostro ambiente e la nostra routine alle esigenze di un amico che, esattamente come se fosse umano, richiede qualche tutela e attenzione in più.

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