Traffico di cani intercettato dalle guardie zoofile

Traffico di cani
intercettato in A14 dalle guardie zoofile

Presso l’area di servizio Montefeltro est, una pattuglia di
Guardie Ecozoofile di Fare Ambiente, in servizio per il controllo sul traffico
di animali, si è imbattuta in una “staffetta”, cioè un furgone che trasporta
cani e gatti dalle regioni del sud fino alle persone, ai rifugi o canili che
nel nord Italia si sono resi disponibili agli affidi.


“Sono diverse settimane – recita un comunicato delle Guardie
– che ci vengono segnalati scambi anomali di animali, specialmente
all'interno delle aree di servizio o nei pressi dei caselli autostradali, così abbiamo
deciso, in concerto con la Polizia Autostradale della sottosezione di Forlì, di
effettuare servizi mirati”.

Verso la mezzanotte del 1/09, infatti, è stato intercettato
un mezzo al cui interno erano presenti oltre quaranta animali tra cani e gatti.
La pattuglia di Guardie Ecozoofile e quella della Polizia Autostradale che sono
intervenute, hanno verificato la regolarità della documentazione, l’idoneità
del mezzo nonché e, cosa più importante, lo stato di salute degli animali. Al
momento sono al vaglio eventuali sanzioni in merito ai documenti che
accompagnavano gli animali durante il trasporto e le autorizzazioni sanitarie circa
l’omologazione del mezzo.

Tale controllo si è reso necessario dopo che si è verificato
un caso di morte di un animale facente parte di un altro carico. Nei primi
giorni di agosto, infatti, un cucciolo di cane proveniente dal sud è morto poiché
affetto da “parvovirosi”.

Prendiamo spunto proprio da questo evento, per provare a
spiegare cosa si annida in questi “viaggi della speranza”.

Ma partiamo dall’inizio. Paola (nome di fantasia), scorrendo
gli annunci sui social network che riguardano le adozioni di cani e gatti,
viene colpita
dall'immagine di un cane tanto da decidere di voler salvare quel
cucciolo da quello che potrebbe sembrare un destino già segnato. Così contatta l’Associazione
che si occupa dell’adozione e, dopo una breve intervista telefonica, seguita da
un modulo da compilare per l’intestazione, il cane le viene “spedito”. Dopo
qualche giorno, in tarda serata, l’animale che, da subito, manifesta un
evidente stato di malessere arriva all’area di servizio concordata. Il cucciolo
è sporco di vomito, feci, e di conseguenza risulta maleodorante. Purtroppo, come
può capitare in questi casi, il giorno dopo il cane muore. Gli esami effettuati
dalla clinica veterinaria che si è occupata del povero animale quando ancora
era in vita, parlano di “…animale abbattuto, disidratato, con temperatura di
40º, vomito, inappetenza, diarrea con sangue”. Successivi esami riportano che
il cane è “…fortemente positivo al parvo virus”, che, in alta percentuale,
porta alla morte ed è altamente contagioso. Non si può escludere, infatti, che
altri cani, venuti in contatto col cucciolo, abbiano subito la stessa fine.

“Diverse Associazioni con pochi scrupoli -dice Matteo
Fangarezzi, responsabile Guardie Ecozoofile della provincia di Rimini-
approfittano della buona fede di migliaia di persone che, senza saperlo,
alimentano invece un traffico che, anziché risolvere il problema del randagismo
al sud, lo sposta semplicemente al nord. Inoltre, per consegnare i cani,
vengono chieste “offerte” che si aggirano intorno ai 100 euro. Per non
parlare dei mezzi spesso inadeguati, e del fatto che alcuni cani e,
praticamente, tutti i gatti viaggiano senza microchip e copertura vaccinale”.

Gli spostamenti spesso riguardano animali facilmente
affidabili, ovvero i cuccioli, mettendo così in difficoltà i comuni e i canili
virtuosi perché sponsorizzando l’adozione di cuccioli penalizzano gli
esemplari non più giovanissimi presenti nei canili del nord che in questo modo
più difficilmente trovano una famiglia, i canili si riempiono e i comuni
continuano a pagare per la permanenza dei cani
all'interno degli stessi.

Abbandoni– “Altra eventualità che è capitata a noi
circa due anni fa – continuano le Guardie – riguarda il rinvenimento di
cuccioli “abbandonati” in zone in cui è facile il ritrovamento. Sono ovviamente
cani sprovvisti di microchip, spesso con difficoltà caratteriali, in quanto
provenienti da “branchi” di randagi, che vengono presi in carico dal
comune nel quale il “ritrovamento” è avvenuto”.

È ormai assodato che qualcuno utilizzi questa prassi per
spostare, anche in questo caso, i cani da sud a nord, “distribuendoli” in modo
organizzato.

Le Associazioni serie, che per fortuna ci sono, si occupano
dell’adozione dalla “A” alla “Z”, sul proprio territorio. Questo vuol dire
incontrare il possibile affidatario, verificare se è pronto a prendere un cane
in affido, se la casa in cui abita è adatta, ecc. A ciò segue l’affido vero e
proprio, al quale succedono le visite post affido per verificare che tutto vada
bene, sia per la famiglia adottante che per l’adottato. Non è certo sufficiente
una telefonata o uno scambio di foto su WhatsApp a portare a termine un affido
nel migliore dei modi.

Tra l’altro esiste da ben ventisette anni la legge quadro
281, del 1991 appunto, che prevede, al comma 2 “Il controllo della popolazione
dei cani e dei gatti mediante la limitazione delle nascite” a carico di Comuni
per mezzo delle AUSL competenti per territorio. Anche in questo caso, a
disattendere quello che dovrebbe essere un obbligo di legge, sono più spesso i
comuni del sud.

Oltretutto, durante la XVII legislatura, con atto ispettivo
n. 3/02545 del 2016, numerosi parlamentari hanno dichiarato che: “negli ultimi
anni, il randagismo fuori controllo è in aumento esponenziale, con aggravamento
dei costi per i contribuenti, a causa delle mancate sterilizzazioni degli
animali vaganti[…]Nel Sud Italia sono stimati in circa 700.000 i
cani randagi presenti sul territorio e 750.000 sono i cani in attesa di
adozione costretti a vivere in canili; negli anni, attorno al randagismo si è
creato un vero e proprio giro di affari: nonostante la legge n. 281 del 1991
indichi nelle associazioni di protezione animali i soggetti prioritari cui
concedere le convenzioni per la gestione dei canili, in tutta Italia sono sorte
strutture esclusivamente private, nelle quali gli animali devono fare numero e rimanere
il più a lungo possibile: i gestori dei canili percepiscono, infatti, un
contributo che va da 2 a 7 euro al giorno per ogni cane, che, moltiplicato per
il numero dei cani detenuti, rappresenta un'ingente cifra”.

Si tratta, spesso, di strutture fatiscenti, dove i cani
vivono ammassati in gabbie piccole e in condizioni igienico sanitarie pessime.

Se da un lato dobbiamo prendere in considerazione le
condizioni fisiche cui questi animali sono sottoposti, non di meno dobbiamo
trascurare quelle psicologiche ed etologiche. Il cane, soprattutto, ha
necessità di interazione interspecifiche ed intraspecifiche, ovvero sia con i
propri simili che con gli esseri umani, e non possono, come in qualche caso
succede, essere lasciati per mesi o anni in box, con poche possibilità di
sgambare e avere relazioni. Senza contare che, in alcuni casi, la mortalità nei
così detti “canililager”, purtroppo tristemente diffusi nella nostra penisola,
la mortalità può arrivare al 60%. Dove non arriva la morte
all'interno dei
canili, svariati cani la trovano poiché sono coinvolti in incidenti stradali,
con conseguenze tragiche spesso anche per le persone. A proposito di incidenti
causati da animali, giova sottolineare che quelli che vedono coinvolti gli
animali selvatici, ai quali viene data particolare enfasi, sono infinitamente
meno rispetto a quanti vengono provocati dai cani randagi. La classifica delle
regioni col maggior numero di animali randagi vede al primo posto la Puglia,
seguita da Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna. La Puglia e la Campania, da
sole, contano quasi 300 tra canili e rifugi, su un totale nazionale di 1051
strutture. (Fonte Ministero della Salute).

Lo stesso Ministero con la circolare n. 33 del 12 agosto
1993 dichiara fra l’altro: “Continuano a pervenire segnalazioni di affidamento
di cani randagi da parte di canili comunali o intercomunali o privati
convenzionati a persone che spesso si presentano sotto l’egida di associazioni
protezionistiche e che invece fungerebbero da intermediari con organizzazioni
straniere che nulla hanno a che vedere con la protezione animali. Cani e gatti
che prelevati a cifre irrisorie in Italia verrebbero dirottati e rivenduti a
cifre elevate per essere destinati alla sperimentazione. Si raccomanda pertanto
di attenersi scrupolosamente alla normativa vigente affinché distrazione o
buona fede
nell'affido di animali non favoriscano il traffico in argomento”.

A solo scopo esemplificativo prendiamo il Comune di Ragusa
che, con determinazione dirigenziale n. 151 di febbraio 2014 approva un protocollo
d’intesa della durata di un anno e dell’importo di euro 10.000 per la
“gestione” di 100 cani, ovvero “l’incentivazione delle pratiche di adozione
anche attraverso il trasferimento dei cani dei canili verso zone del Nord
Italia o anche estere” in quanto “il mantenimento in canile dei randagi
catturati risulta un grosso onere per l’amministrazione comunale rispetto al
numero veramente esiguo di adozioni o affidamenti a privati cittadini”.

In mezzo, tra i canili e gli adottanti, troviamo le
“staffette”, ovvero furgoni più o meno omologati, stipati di cani e gatti in
cerca di adozioni. Adozioni “del cuore” e, spesso, del portafoglio, poiché
tutti i trasporti vengono pagati un tanto ad animale.

Ci sono ovviamente anche Associazioni che agiscono in buona fede
e hanno a cuore il problema (che come abbiamo visto non si risolve certo
cercando adozioni spesso improvvisate), ma in un business da diverse centinaia
di milioni di euro l’anno non possiamo certo pensare che non si inserisca la
criminalità organizzata. La LAV, Lega Anti Vivisezione, nel suo rapporto sulle
Zoomafie, sostiene che il “mercato”, afferente al randagismo,
frutterebbe circa 500 milioni di euro.

Questi trafficanti fanno parte di associazioni, spesso
create ad hoc, con pochi scrupoli, che trafficano con animali che vengono
reperiti in vari modi: rubandoli, prelevandoli da canili compiacenti, che si
affidano ad appelli strappalacrime, o da persone che non sono più in grado di
occuparsene e che si fidano di questi criminali che promettono di dare agli
animali una migliore condizione di vita.

Potrebbero benissimo prendersi cura degli animali presenti
sul loro territorio e occuparsene lì, ma questo non porterebbe loro alcun
guadagno. Meglio, molto meglio, spostarli e dar vita ad un circolo vizioso, che
porta congrui profitti e fa diventare lo “staffettista” un
“lavoro” vero e proprio, anziché servizio di volontariato.

 

 

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