I gatti in Oriente

Per trovare le origini del gatto domestico in Cina e in Giappone occorre risalire all’antico Egitto, culla della civiltà e, a quanto sembra, dei gatti.

A cura dell’ANFI Associazione Nazionale Felina Italiana

Muso di tigre

Si ritiene generalmente che l’arrivo del gatto domestico in Cina si collochi agli inizi dell’epoca Han (200 a.C. – 221 d.C.), tesi che è confermata da molti riferimenti dei testi antichi. Il Libro dei Riti, che risale al secondo secolo avanti Cristo, consiglia di mantenere certe cerimonie sacrificali e teatrali dedicate al dio gatto in ragione dei servizi resi dai gatti all’uomo.

Nella celebre opera storica cinese, il Toho-Saku-Den di Shiki, si legge che un bel destriero è molto inferiore a un gatto zoppo nell’acchiappar topi. La solida posizione raggiunta dall’animale nella vita quotidiana dei Cinesi a quell’epoca è confermata dal fatto che è uno dei soggetti preferiti nelle poesie scritte nel periodo della dinastia Tang (618-907 d.C.). In esse viene descritto come bestia feroce, una creatura tenebrosa e astuta, che ha il corpo di un gatto selvatico e il muso di una tigre.

E’ dall’antico Egitto che i gatti vennero esportati clandestinamente (per il reo c’era l’esecuzione immediata!) in Asia occidentale come efficienti cacciatori di topi. Successivamente raggiunsero l’Asia Centrale e da lì furono introdotti in Cina.

Sangue Reale

Si suppone che il gatto domestico sia stato introdotto in Giappone attraverso la Manciuria e la Corea agli inizi del sesto secolo, all’incirca nello stesso periodo dell’introduzione del buddismo. Mentre un costume dell’epoca imponeva di tenere due gatti in ogni tempio buddista per difendere i documenti sacri dai roditori, sembra proprio che all’origine i gatti siano stati accolti nella vita giapponese per essere onorati come oggetti di grande bellezza.

In un passo della Raccolta di Aneddoti di Kokon Chobun Shu si legge: “l’abate Kwankyo trovò in questa casetta di montagna un bellissimo gatto smarrito, si ignora da dove venisse, e lo prese e lo domò…”. Da questa allusione si può concludere che il gatto fu addomesticato presso il popolo e alla corte imperiale nel periodo Heian (794-1192 d.C.) o Nara (710-794 d.C.). Un altro rapporto imperiale, trovato negli Annali Classificati del Giappone, dice: “Il 19 settembre 999, durante il regno dell’imperatore Ichijo, nel palazzo imperiale furono dati alla luce dei gattini”.

La madre, una gatta bianca immacolata, partorì a Kyoto cinque bellissimi gattini, talmente incantevoli che l’imperatore decretò che venissero allevati con la cura abitualmente riservata alle bambine di sangue reale.

Portafortuna

I primi gatti che vennero importati dalla Cina e dalla Corea erano prevalentemente bianchi; alcuni erano neri e molto pochi avevano il pelo di tre colori. Le successive importazioni di gatti del sudest asiatico e gli incroci che ne derivarono produssero i gatti giapponesi “tricolori”, che ancora oggi sono ritenuti dei portafortuna.

I pescatori li prediligono particolarmente, perché li credono capaci di prevedere l’arrivo delle tempeste, li portano con sé quando escono con le barche affinché li proteggano dai rischi e assicurino una buona pesca. Anche i gatti neri, per i giapponesi, portano fortuna; inoltre, curerebbero varie malattie. I gatti bianchi sono meno rari dei gatti neri o tricolori, sono amati per la loro bellezza, ma, nella credenza popolare, non portano fortuna né sfortuna.

Cacciatori

Certamente in Giappone il gatto si era goduto secoli di lusso e di ozio; ma giunse infine il momento in cui dovette cominciare a guadagnarsi il suo mantenimento. Tra il tredicesimo e il quindicesimo secolo, la produzione della seta divenne una delle più importanti industrie del Giappone, e i bachi da seta attiravano moltitudini di topi.

La soluzione logica del problema era il gatto, ma la corte imperiale era riluttante ad assegnare i suoi viziati beniamini ad un lavoro così umile. L’incredibile è che essi pensavano che ai topi bastasse sapere che c’erano in giro dei gatti, e così, al posto dei loro amati animali, usarono dei disegni e delle statue che rappresentavano gatti per tener lontani i topi.

Quando lo stratagemma si rivelò inefficace, la colpa fu data al gatto che perse così il favore generale. A quel punto però l’industria e il raccolto del grano erano in grave pericolo. Il governo approvò dei decreti che ordinavano di mettere in libertà tutti i gatti e proibivano di cederli, comprarli o venderli. Come risultato, i gatti in libertà si accinsero al lavoro che è loro naturale, a cacciare i topi, e salvarono così l’industria della seta e il raccolto dalle orde dei roditori.