ANGELICA D’AGLIANO 


Rispettare le esigenze etologiche della specie, adottare il linguaggio del corpo per esprimere le nostre intenzioni e stringere un rapporto di affetto e di collaborazione reciproca: ecco i principi dell’equitazione naturale.

 

La doma gentile, conosciuta anche col temine inglese natural horsemanship, o, se si preferisce, equitazione naturale, si può a buon diritto definire come un vero e proprio metodo di comunicazione naturale fra l’uomo e il cavallo. In base a questo metodo il cavallo esegue le azioni proposte dall’addestratore in maniera spontanea, senza che vi sia alcuna costrizione.

 

Predatori e prede

I concetti di fondo della doma dolce sono semplici e al tempo stesso efficaci. Prima di tutto dobbiamo considerare che il cavallo è un animale dalle raffinate capacità comunicative. Dunque, se siamo in grado di leggere i segnali che ci manda (soprattutto quelli del corpo) e se allo stesso modo siamo bravi nel lanciargli a nostra volta i segnali giusti, riusciremo con la dedizione e la pazienza a instaurare un rapporto di fiducia e di collaborazione reciproca.
Non si deve mai dimenticare, inoltre, della differente posizione che uomo e cavallo occupano all’interno della catena alimentare: se il primo è un predatore, il secondo può a buon diritto definirsi una preda. È proprio da questa differenza che derivano numerosi degli atteggiamenti di timidezza e di paura tipici del cavallo (che spesso le persone non sono in grado di comprendere). A questo proposito la doma gentile prevede di avvicinarsi agli equini in maniera non invasiva. Questi dovranno comprendere da soli che l’uomo che sta loro di fronte non è una minaccia. È proprio su questo principio che si basa il concetto enunciato da Roberts di Join-up, ossia di sinergia tra il cavallo e il suo addestratore.

 

In tondo

Per superare la diffidenza iniziale (molto frequente soprattutto fra i soggetti che hanno avuto contatti scarsi o nulli con le persone) lo stesso Roberts suggerisce di stimolare la fuga dell’esemplare "da domare” all’interno di uno spazio circolare (round pen) nel quale l’addestratore occuperà il centro. Dopo un’iniziale diffidenza nel cavallo prevarrà lo spirito gregario che caratterizza la sua specie. Esso inizierà così a vedere nel trainer un possibile compagno, piuttosto che una minaccia. A quel punto saranno poste le basi per un rapporto comunicativo vero e proprio. Starà dunque all’uomo, attraverso la conoscenza del linguaggio equino, instaurare la giusta gerarchia per far sì che il cavallo veda nell’addestratore un superiore al quale obbedire. Utilizzando il linguaggio del corpo e senza ricorrere ad alcuna coercizione, quindi, il trainer diventerà il leader indiscusso al quale il cavallo offrirà la propria collaborazione e la propria obbedienza.

 

 

 

 

L’uomo che ascolta i cavalli...

Se agli albori del XX secolo in tutto il mondo erano già presenti migliaia di addestratori che basavano i propri metodi sul rispetto e la collaborazione uomo cavallo, è stato soltanto grazie ai media se l’uomo comune ha potuto conoscere l’esistenza della cosiddetta "doma etologica”. Basti pensare a "L’uomo che sussurrava ai cavalli”, il celebre romanzo scritto nel 1995 da Nicholas Evans, dal quale è stato tratto l’omonimo film di Robert Redford. La storia, che narra il difficile cammino di Grace e Annie, fa anche scoprire attraverso il personaggio di Tom Booker l’affascinante mondo che sta dietro all’”altra” equitazione. Anche se in Italia è disponibile solo nelle biblioteche (il libro è fuori stampa), è tuttavia molto apprezzata anche l’opera di Monty Roberts, intitolata "L’uomo che ascolta i cavalli”. Questo libro è un’autobiografia che racconta, attraverso l’esperienza che Roberts ha maturato nel corso di tutta la vita, il definitivo approdo alle tecniche della doma gentile. 

 


Dalla Grecia "antica” con amore

 Il primo a parlare di un addestramento "gentile”, che fosse privo di dolore per i cavalli, probabilmente è stato Senofonte. Suo infatti è un famoso trattato sull’equitazione, composto nel 350 Avanti Cristo, che diceva come fosse indispensabile il benessere e la tranquillità del cavallo anche ai fini del rendimento del lavoro di quest’ultimo.
Il primo a teorizzare un vero e proprio Sistema Naturale di Equitazione, fu tuttavia il capitano di cavalleria Federico Caprilli, livornese, vissuto tra il XIX e il XX secolo. Nella sua lunga esperienza militare, Caprilli si rese conto che se il cavaliere era in grado di non ostacolare i movimenti del cavallo quest’ultimo si dimostrava infinitamente più rilassato e disponibile all’interazione col proprio addestratore. Nel giro di pochissimo tempo, grazie alla straordinaria efficacia del suo Sistema, i metodi di Caprilli furono adottati dalle più importanti cavallerie del mondo. Al giorno d’oggi tra i più grandi portavoce e insegnanti dei metodi della doma gentile ci sono senz’altro lo statunitense Monty Roberts e l’inglese Kelly Marks, oltre all’americano Pat Parelli, molto conosciuto e apprezzato in tutta Europa.
Alla fine degli anni ’80, il metodo Roberts conobbe una strepitosa diffusione prima in Inghilterra e poi nel resto del mondo. Nel 1989, infatti, Roberts ebbe il compito di formare il personale delle scuderie reali inglesi. In quell’occasione la regina Elisabetta II d’Inghilterra fu così colpita dalle metodiche e dalle potenzialità delle tecniche di doma gentile che provvide a organizzare una lunga serie di incontri dimostrativi in tutto il Regno Unito.


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