Nell’India degli antichi Veda, uno dei riti più originali e solenni era "Asvamedha”, o  "Sacrificio del cavallo”. Si ritiene che questo rito potesse essere celebrato solo da un sovrano potente, forte e grande conquistatore. La pena era la collera degli Dei: essi, infatti, avrebbero punito un re non abbastanza degno facendolo travolgere dalla furia delle acque in piena. In tale contesto, il cavallo non era solo il simbolo di tutto ciò che il re desiderava ottenere ma, come oggetto del più alto dei sacrifici, avrebbe permesso al sovrano di perpetuare il proprio nome con il prestigioso titolo di "Colui che fece il sacrificio del cavallo”.

 

Bagno sacro

La grandiosa cerimonia iniziava solitamente in un giorno vicino alla primavera, scelto tra il 15 febbraio e il 15 marzo, e si concludeva un anno dopo.
Uno stupendo stallone, di temperamento e di razza pura, veniva condotto nel luogo del sacro e immerso nelle acque purificatrici; subito dopo nella stessa acqua veniva gettato il cadavere di un cane, ucciso da un uomo che doveva essere di bassissime origini. Questo povero cane al quale erano stati dipinti sopra gli occhi altri due falsi occhi a significare una soprannaturale potenza visiva, era destinato con la sua morte a neutralizzare le eventuali forze maligne in agguato. Intanto il cavallo veniva messo in libertà e lasciato vagare per un anno intero; era però costantemente controllato a vista da "quattrocento fra principi reali, nobili e figli di militari”.

 

Nella letteratura religiosa dell’India, cioè nelle quattro raccolte che compongono il Veda - il testo più antico in lingua sanscrita, ritenuto il frutto della rivelazione divina - molto spazio è dedicato alla liturgia dei sacrifici. Infatti in India tra il terzo millennio e l’800 a.C., la cerimonia sacrificale doveva, per ottenere lo scopo, corrispondere a  ben definiti rituali che non potevano essere modificati nemmeno dai sacerdoti. Si trattava di una manifestazione molto più simile a un rituale di magia che a un sacrificio.

 

Carro d’oro

L’anno rituale trascorreva in maniera molto piacevole sia per il cavallo, che galoppava libero e felice ignaro della sorte che l’attendeva, sia per tutti i sudditi che godevano di continue feste rallegrate dalle poetiche composizioni dei cantastorie che esaltavano le gesta e la nobiltà d’animo del sovrano. Passato l’anno e ripreso il cavallo, si arrivava al sacrificio vero e proprio con una cerimonia che durava tre giorni; il primo era dedicato all’uccisione propiziatoria di molti altri animali mentre il secondo si compiva il destino dello sfortunato destriero. Dopo essere stato lavato, rivestito con sontuosi ornamenti e unto con oli profumati, il cavallo veniva legato ad un carro tutto d’oro e riceveva in dono diversi prodotti della terra.

 

Brutta fine

Una volta liberato dal carro, il povero animale veniva immobilizzato e disteso su un giaciglio dove rimaneva avvolto in una fitta trama di stoffe preziose e drappi fino a morire per soffocamento. Allora la prima regina si distendeva al fianco del cavallo ormai morto coprendo sé e l’animale con lo stesso mantello, mentre le altre mogli reali, i sacerdoti e i cortigiani si scambiavano battute e grossolane facezie, destinate forse a mettere di buon umore gli Dei.
La donna restava immobile, nella convinzione di poter assicurare così alla futura prole tutte le nobili qualità e i pregi della vittima del sacrificio.Il terzo giorno, rialzatesi finalmente la sovrana, il corpo del cavallo veniva fatto a pezzi, arrostito e mangiato in un grande banchetto.
Il rito si concludeva con un bagno purificatore del re con ricchi doni in oro e bestiame ai sacerdoti.


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