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Il cane è un lupo? Biologicamente potremmo dire che il cane altro non è che la forma domestica del lupo, visto che oltre che a discendere da esso ne condivide la quasi totalità del patrimonio genetico. Tuttavia, sia sul piano morfologico sia su quello comportamentale, cani e lupi sono molto diversi.


Riproduzione controllata

Non sappiamo con esattezza quando sia avvenuta la prima domesticazione, comunque sono passati molti millenni dalla cosiddetta "rivoluzione neolitica”. È da questo momento che il cane inizia a vivere in un rapporto di strettissima collaborazione con l’uomo, il quale comincia ad allevarlo con una forma di riproduzione controllata.

 

Fasi concatenate

Molti comportamenti del cane sono riconducibili al comportamento predatorio del lupo. In esso viene eseguita una sequenza di atti contraddistinta dalla successione di fasi consecutive concatenate: la localizzazione della preda da catturare; la fase di avvistamento della preda (sguardo); l'avvicinamento; l'inseguimento; il morso per immobilizzare; il morso per uccidere; il consumo dell’animale ucciso.

 

La giusta sequenza

Nei comportamenti tipici delle varie razze, l’uomo ha modulato questa sequenza, interrompendola prima del completamento oppure esaltandone alcune fasi o inibendone altre. Alcune razze da caccia mettono in atto tutta la sequenza predatoria ad esclusione del consumo. Un esempio sono i segugi, che trovano, scovano, inseguono e uccidono la preda.

 

Localizzatori

Altre razze arrivano all’immobilizzazione della preda ma non la uccidono: per esempio i levrieri arabi, perché i mussulmani non possono consumare carne di animali non uccisi dall’uomo. Altre razze, invece, si limitano a localizzare e ad avvistare la preda, esasperando la fase dell'avvistamento (così tutti i cani da ferma come i setter, i pointer, i bracchi). La sequenza predatoria, infine, è riscontrabile anche al di fuori di un contesto di caccia; la possiamo ritrovare, ad esempio, anche nella conduzione delle greggi.

 

Libri genealogici

L’uomo ha pescato a suo piacimento fra i repertori comportamentali del cane, isolando i comportamenti che gli erano più utili. Fino alla seconda metà dell'Ottocento la quasi totalità delle razze che oggi conosciamo praticamente non esisteva. Da quel momento l’uomo ha cominciato a mettere in atto programmi di allevamento evoluti, effettuando una vera e propria selezione artificiale e registrando gli accoppiamenti in appositi libri genealogici.

 

Cani urbanizzati?

Il criterio prevalentemente utilizzato sino a quel momento era quello di scegliere gli individui che meglio sapevano svolgere un lavoro specifico. I criteri di ordine estetico (lunghezza del pelo, colore del mantello, portamento delle orecchie e altro) sono stati presi in considerazione solo a partire da quel periodo. È normale, quindi, che i comportamenti selezionati vengano riproposti anche dai nostri cani ormai troppo spesso forzatamente urbanizzati.

 

Patrimonio scomodo

Un comportamento che non sarebbe considerato un problema nel contesto in cui la razza si è originariamente sviluppata, spesso diventa indesiderabile in ambiente domestico: ad esempio se un cane pastore cerca di radunare, magari mordendo le caviglie, i componenti della famiglia, dobbiamo pesare che ciò è riconducibile al patrimonio genetico della razza. Quando adottiamo un cane, quindi, cerchiamo di ricordare che se si tratta di un soggetto da lavoro potremmo ritrovare in lui dei comportamenti indesiderati che potranno essere in parte corretti ma mai annullati.


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