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Angelica D'Agliano

 PIANETA CACCIA:  

Cani a rischio

 

 
Ogni anno muoiono a migliaia, rimangono feriti o sono fonte di danno "per cose o persone”: l’attività venatoria per i nostri amici a quattro zampe è una pratica che comporta dei seri pericoli.

 

È scritto a chiare lettere: "Per quanto riguarda i soli tesserati Fidc (Federcaccia), nel 2006 sono morti in Italia 2050 cani da caccia, mentre 1558 sono stati i ferimenti e 842 i casi di danni provocati a persone e cose”.
Non si tratta del comunicato di qualche associazione animalista, ma di una notizia diffusa da un organo di informazione venatoria, e cioè ilcacciatore.com, che nella sezione dedicata alle news riporta un articolo sulla necessità di una polizza assicurativa identica per tutte le associazioni venatorie.
Ora, la Fidc è una delle tante realtà che ci sono sulla piazza, ma nell’elenco delle associazioni venatorie potrebbero entrare molti altri enti, come l’Arcicaccia, per esempio. E ogni associazione, si può star sicuri, alla fine di ogni stagione venatoria si trova a fare i conti con la propria lista di "caduti in battaglia”.
Dunque a quanto ammonta il numero totale dei cani morti a caccia?
Se questo drammatico bilancio è destinato a suscitare una seria riflessione da parte di tutto il mondo cinofilo, bisogna anche dire che purtroppo la morte non è l’unico rischio al quale vanno incontro i nostri amici quattro zampe. Ci sono anche i ferimenti, più o meno gravi, che fanno parte dei possibili effetti collaterali di qualsiasi battuta di caccia.

 

Cinghiali letali

I cani, possono beccarsi per sbaglio le fucilate di qualche cacciatore, o cosa ancora piĂš probabile, possono essere feriti dai selvatici. In questo senso, come asserisce anche Federcaccia, i cinghiali sono forse fra gli animali piĂš pericolosi.
A questo proposito l’Associazione animalisti italiani ha compiuto una ricerca che dimostra come i cani da cinghiale vadano spesso incontro a ferite di tipo profondo, fratture di vario genere e gravità, e di come la vita media di un cane impiegato nella caccia al cinghiale sia significativamente bassa (sei anni, contro i circa dieci di un qualsiasi "cane da compagnia”).
La scarsa longevità sarebbe dovuta alle continue ferite e alle cure mediche "scarse o tardive” che vengono prestate agli animali.
I rischi per i nostri amici a quattro zampe incominciano già durante la fase di "allenamento”, quando i cani cacciatori vengono posti in ampi recinti insieme a cuccioli di cinghiale.
Qui ha inizio un lungo e sfiancante inseguimento, nel quale naturalmente i cinghialetti sono destinati a soccombere. Non è però escluso che alcuni di questi animali, nell’estremo tentativo di difendersi, riescano a ferire i cani in modo più o meno importante.
La fase più pericolosa, tuttavia, è quella delle battute vere e proprie, quando entrano in scena i cinghiali adulti. È in questi casi che si possono avere fratture, ferite da sfondamento e purtroppo anche l’uccisione dei cani. "Indicativo è il fatto – dicono gli Animalisti italiani – che circa il 70% degli studi veterinari organizza, nel periodo di caccia, turni serali e festivi”.

 

* Cane cerca cane *

L’Unione regionale dei cacciatori dell’Appennino ha tentato di dare una risposta al grosso problema dei cani feriti durante l’attivitĂ  venatoria attraverso la specialitĂ  cinofila del cane da traccia per il recupero degli animali lesionati. Questo aspetto dell’etica venatoria è una reazione all’importante incremento della caccia di selezione ai grandi ungulati (capriolo, daino, cinghiale e via discorrendo) che negli ultimi dieci anni ha investito la vasta area dell’Appennino. I cani da traccia – molto adatti i Segugi Tedeschi come il Segugio di Hannover e il Segugio da Montagna Bavarese – vengono sottoposti a prove in cui devono, appunto, seguire la traccia di un ipotetico animale menomato (in questo caso una "scia” artificiale di sangue). Questa specialitĂ   risponde anche a un principio piĂš generale di etica venatoria per la quale "quando il cacciatore ferisce un animale (e il discorso non può e non deve essere limitato agli ungulati) ha l’obbligo morale di fare tutto quanto è possibile per ritrovarlo e porre fine alla sue sofferenze”. Un’iniziativa simile è stata presa anche nel Lazio, col primo corso, concluso negli ultimi mesi del 2008, per la formazione per "Conduttori cani da traccia e da limiere”, a cura della Sata (associazione Sorveglianza Ambientale e Tutela Animale) e patrocinato dalla Regione Lazio e dalla Provincia di Roma.

 

 

 

Avvelenati

Un altro rischio legato a doppio filo con l’attività venatoria è la pratica (illegale) di diffondere bocconi avvelenati.
La denuncia proviene dalla Lega per l’abolizione della caccia (LAC), che riferisce come, nel corso del tempo e nonostante i divieti, gli "avvelenatori” abbiano imparato a confezionare dei micidiali cocktail venefici a partire da sostanze normalmente reperibili in commercio, come ad esempio i fluidi antigelo. Secondo la LAC la pratica di diffondere bocconi tossici sarebbe strettamente legata all’attività venatoria e agirebbe su due livelli. Prima di tutto le esche avvelenate servirebbero ad alcuni cacciatori disonesti per levare di mezzo i "concorrenti” nelle cosiddette "zone di ripopolamento e di cattura”, cioè in pratica nei luoghi dove si svolge la maggior parte dell’attività venatoria.
Le vittime, quindi, sono i cani e i gatti selvatici, ma anche gli animali di proprietà, visti come dei possibili "rivali” dai quali difendersi. Sempre secondo la LAC, anche in prossimità delle aziende faunistico-venatorie a gestione privata si verificherebbe il problema della diffusione di bocconi avvelenati.
In queste strutture all’approssimarsi della stagione venatoria ogni anno viene immesso un gran numero di animali come lepri e fagiani, in modo tale da consentire ai clienti di riempire i carnieri durante la caccia. Ma gli animali che finiscono in queste aziende spesso provengono da allevamenti e sono del tutto indifesi di fronte ai predatori che si trovano in natura. Da qui la diffusione da parte di alcuni della pratica illegale dell’avvelenamento a tappeto di tutti i carnivori per avere il più alto numero possibile di "prede d’allevamento” a disposizione dei cacciatori paganti.

* Una categoria discriminata *

Questo è in sintesi il messaggio lanciato dalle associazioni venatorie in merito all’informazione che viene diffusa dai media riguardo l’argomento caccia. "Il Cacciatore italiano” afferma infatti che "I protezionisti cercano nella caccia la colpevole del degrado per distogliere l’attenzione dai problemi reali” e parla di "bugie ripetute troppo spesso” che "sembrano quasi per sembrare vere”. La riprova del fatto che i bisogni della natura sarebbero altri, secondo Carlo Martinelli, presidente Fidc Lucca, starebbe nella situazione dei parchi naturali. "Nel 1979 – assicura Carlo Martinelli – l’istituzione del Parco naturale di Massaciuccoli doveva creare con la chiusura della caccia un paradiso degli uccelli. I fatti però raccontano tutta un’altra storia,   e ci parlano di un’area dove persistono notevoli problemi per l’ambiente. Al contrario, nelle zone esterne la gestione faunistico-venatoria ha favorito la presenza di molte specie cacciabili e no. Queste, nel periodo primaverile e soprattutto in quello estivo, traggono un notevole beneficio dalla presenza dei "chiari”, veri e propri microambienti favorevoli”. Purtroppo la caccia non porta morte soltanto fra gli animali selvatici e i nostri amici a quattro zampe. I dati raccolti da cacciailcacciatore.org dicono che ogni anno durante la stagione venatoria muoiono mediamente 60 persone (una ogni tre giornate di caccia) e ne vengono ferite piĂš o meno gravemente circa 90! Le vittime sono "gli stessi cacciatori, escursionisti, o persone che vivono e lavorano in campagna”. Il bilancio della stagione appena trascorsa parla di 44 morti e 85 feriti. Praticamente un bollettino di guerra.  



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