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Alessio Arbuatti
FacoltĂ  di Medicina Veterinaria, UniversitĂ  degli Studi di Teramo
Laboratorio di Psicobiologia, Cognizione e Benessere animale

Quando si parla di specie a rischio di scomparsa ci riferiamo quasi sempre ad animali che muovono l’attenzione pubblica come il Panda gigante o il Rinoceronte nero. Purtroppo, però, anche il mondo dell’acquariofilia si trova spesso a contatto con popolazioni ittiche minacciate d’estinzione...

 

SOS Orinoco
In molte parti del mondo le attività umane causano la degradazione degli ambienti acquatici e portano numerose specie sull’orlo dell’estinzione. Ne sono un esempio gli ecosistemi messicani dove numerosi pesci della Famiglia dei Goodeidi stanno rischiando di scomparire. Lo stesso si può dire dei grandi fiumi come il Rio delle Amazzoni e l’Orinoco in Sudamerica, colpiti da un inquinamento sempre crescente.


Terminator
In molti paesi del terzo mondo l’allevamento rappresenta una delle poche vie di sostentamento. Questa attivitĂ , però, causa un forte aumento delle cariche azotate che inquinano l’acqua, specialmente quando i piccoli specchi popolati da specie ittiche locali vengono usati per l’abbeveraggio del bestiame. Anche l’introduzione in un ambiente di specie nuove causa spesso l’estinzione di quelle che vi vivevano in precedenza allo stato selvatico. Un esempio? In molte nazioni è stata introdotta la Tilapia del Mozambico (Oreochromis  mossambicus) al fine di creare acquacoltura a basso costo per le popolazioni povere. Tutto ciò ha avuto la sua ripercussione sulle popolazioni ittiche giĂ  esistenti, che si sono trovate a fare i conti con nuovi predatori  sconosciuti ben piĂą aggressivi di quelli che erano abituate ad affrontare. Anche l’introduzione di carpe e persici ha spesso causato la scomparsa di intere popolazioni selvatiche.


Allevati...
Alcune specie le cui popolazioni stanno diminuendo in modo preoccupante sono Puntius denisonii e il "botia” Yasuhikotakia sidthimunki. Il comunissimo"pesce cardinale” Paracheirodn axeroldi, invece muove opinioni contrastanti. Visto che ne vengono pescati tra i 13 e i 15 milioni all’anno nelle foreste inondate amazzoniche, si è temuto il rischio dell’estinzione della specie. A tal proposito dal 1989 l’Università dell’Amazzonia ha iniziato un progetto di monitoraggio delle popolazioni selvatiche. Per quanto riguarda il mercato mondiale dei pesci d’acqua dolce tropicale, la cattura dagli ambienti naturali copre il 10% delle richieste, mentre il restante 90% proviene dai grandi allevamenti presenti specialmente nel Sud-Est asiatico.

 


… e catturati
Il problema si capovolge se si fa riferimento alle specie marine tropicali. Infatti soltanto piccole quantità di pesci sono riprodotte in cattività a un prezzo, comunque, meno concorrenziale di quello degli esemplari di cattura; inoltre le specie fino ad ora disponibili sono poche: principalmente "pesci pagliaccio” (Amphiprion sp.), Pseudochromis sp. ed Achantochromis sp. La maggior parte dei pesci viene pescata nelle barriere coralline tropicali usando cianuro che viene depositato nelle fessure delle scogliere. I pesci, storditi, vengono poi raccolti e spediti ai grossisti prima di raggiungere tutto il mondo. Tale metodo non è selettivo, causa numerose morti tra i soggetti selvatici e anche nell’ecosistema degli invertebrati della barriera corallina (polipi ed alghe simbionti). Un vero e proprio attentato alla natura.


Velenosi
Negli ultimi anni alcune autorità nazionali di paesi esportatori di pesci marini tropicali quali le Filippine, stanno insegnando, mediante corsi di formazione specifici, la tecnica di pesca senza cianuro ai pescatori che spesso hanno nella cattura dei pesci tropicali l’unico sostentamento. Va detto che il cianuro è uno dei veleni più tossici anche per l’uomo, capace di causare intossicazioni spesso iperacute e mortali (che colpiscono anche i pescatori della barriera corallina).

 

 

Consapevoli
L’acquariofilo dovrebbe dunque essere costantemente informato circa gli effetti delle proprie scelte e, se possibile, preferire sempre pesci riprodotti in cattività. Non tutti i negozianti sono disponibili a dare informazioni sull’origine dei propri pesci: per tale motivo bisogna affidarsi esclusivamente a commercianti che fanno il loro lavoro con passione e coscienza e non ai troppi "pescivendoli” che pensano che vendere un pesce sia come vendere un oggetto e non un essere vivente.

 

 

 




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